Di essere su un’isola, intanto, uno se ne deve accorgere. Questa è la prima necessità, e non è cosa da poco – se uno qui ci nasce, e attorno non ha che vigne e uliveti e crinali, greggi su cui incombono le ombre rapaci dell’aquila, fichi d’india e sughere basse, mica sta lì ad immaginare che magari attorno, non troppo lontano e letteralmente alla fine di una qualsiasi camminata verso qualsiasi direzione, ci sia il mare. Alcuni hanno in sorte finestre con gli stipiti corrosi dall’umido della salsedine, a picco su una spiaggia di ciottoli chiari, ma neppure la quotidiana visione delle onde è in grado di suggerirti Ehi, è tutto mare, attorno. Tutto come lo vedi dalla tua stanza. Pure dietro di te, non è che quella terraferma è infinita. Non da queste parti.
Diventarne consapevoli è la storia della reazione a un trauma: che a un certo punto i piedi, il cavallo, il carro, l’automobile e il treno non bastino più. Che andarsene non è semplice. E neppure per l’isola che lasci sarà facile abbandonarti. Rimarrà nascosta a rimestare pezzetti di conchiglia e fili d’erba, mattonelle sbeccate e l’aroma del sugo, e a un certo punto quel rimestare prenderai a chiamarlo nostalgia.
Senza immaginazione, non si sopravvive a questo strazio. Senza memoria, senza l’ingegno della felicità, senza una certa delicata fermezza, è molto complicato. Tutti vanno e vengono, finisce che ti interroghi ogni giorno e pensi che forse è davvero il caso di varcare il mare, ora che sai dov’è e quanto forte stritoli la tua terra, prima di diventare arretrato, retrogrado, lento, in ritardo, confinato, limitato. Finisce che tutto diventa futuro, là fuori, e l’isola sia la condanna del passato che sempre ritorna uguale a se stesso. Qui molto rapidamente tutto degenera in nostalgia, o in un’austerità stupefacente e regolatrice, un’autosufficienza esistenziale.
C’è una storia vera, che ha come protagonista la nonna di un mio caro amico, morta anziana ormai da qualche anno. Dopo la laurea di un nipote, siccome ormai molto di rado abbandonava il suo paese in salita circondato dalle vigne, una parte della famiglia l’ha convinta ad andare al mare. Le mancava poco da vivere, lo sapeva lei e lo sapevano tutti, e l’hanno portata in spiaggia perché nessuno avrebbe saputo dire se lei ci fosse mai stata. Non aveva opposto resistenza, si era fatta fissare la cintura di sicurezza e sistemare la gonna nera di lutto inestinguibile dentro l’abitacolo, e si era appesa alla maniglia sopra il suo finestrino mettendo in vista il polso percorso da sottilissime vene verdastre. Poi ha aspettato di arrivare a destinazione. Era autunno inoltrato, la spiaggia vuota. Lei ha camminato fino alla battigia, si è fermata un passo dietro il bordo scuro della risacca, e ha fissato l’orizzonte.
«Allora, com’è?»
Lei ha curvato la bocca sdentata e dolcissima in un sorriso e ha sospirato, prima di rispondere: «È bello.»
Allora la malinconia delle cose che stanno per finire si è sovrapposta alla contemplazione della bellezza, e una figlia ha saputo commentare solo, quasi sconfitta dal pianto: «È bello, vero?», ed è trascorso del tempo, prima che si decidesse a chiederle invece: «Eri mai stata al mare?»
Per qualche secondo solo il rumore delle onde infrante, e poi: «Non me lo ricordo.»
Magari lei aveva gli occhi pieni di tramonti adagiati sulle colline storte, ricordava a memoria la disposizione delle more sul rovo e conosceva le forme del volo del passero, riconosceva il verde della primavera nei boccioli e sapeva dire con esattezza a che ora cominciasse l’inverno, le cicatrici delle sue gambe quotidianamente le impedivano di dimenticare dei ciottoli del vicolo, pensava in una lingua quasi dimenticata e mormorava, cantandole, poesie ormai sconosciute, credeva nelle storie delle fate e degli abitanti del bosco di notte, seminava e raccoglieva ascoltando la luna, leggeva le orme della lepre come uno spartito, e tutto questo per lei significava rincasare. Senza il mare, pazienza per il mare. Forse l’ho visto una volta, ma non importa. La mia vita è qui; io e il senso della mia compiutezza siamo qui. Lo faccio per non rischiare di cadere a pezzi, sconquassata dalla tentazione e dalla nostalgia, dalla corsa spasmodica.
Qui ho imparato a ballare e fatto l’amore, indossato maschere di legno, sonagli d’oro e scialli dipinti, ho sepolto metà della mia famiglia, sono diventata adulta. Ero destinata a nascere isolata, isolana, ditelo come volete. Va bene. Passino altri, li accoglieremo o ci faremo tradire, come sempre accade alle isole, oppure un giorno partiremo a conquistare una terra ferma, impareremo qualcosa e lo accatasteremo nella nostra biblioteca di insegnamenti che non si spiegano, cercheremo una speranza che sia solo nostra, fuggiremo da una paura tutta nostra, dovremo rassegnarci a immaginarlo, il mondo oltre il mare. Va bene. Ma non è questo che fanno, gli umani? Immaginare cosa c’è oltre?
Di essere su un’isola, dicevo, uno se ne deve accorgere. E poi se ne deve ricordare, altrimenti cambia poco.
[Articolo apparso su dLui di Repubblica nel numero di Novembre 2022]