Gli asparagi non si comprano

Gli asparagi e i fichi d’india non si comprano. Si va in campagna nella stagione giusta e si raccolgono. Si portano a casa e si mangiano, dopo averli sfilati da un sacchetto di plastica recuperato da qualche cassetto in cui era conservato apposta, o da un cestino. Non devi fare la comparazione con i prezzi dell’anno scorso. Al massimo metti a confronto le piogge, il periodo di raccolta sempre più anticipato. La stessa cosa per i finocchietti selvatici. E se serve timo per aromatizzare un piatto, quello che raccogli in montagna ha un profumo tanto più forte da farti rinunciare per sempre a quello del supermercato – che è più comodo, sì.

Ma è un’altra cosa.

C’è un mio alunno che impiega tre ore per arrivare a scuola. Entriamo alle otto e mezza, lui si sveglia alle cinque e un quarto. Prende un pullman, arriva alla stazione del treno, se quello può chiamarsi treno, poi cammina e finalmente si siede al primo banco. Spesso si addormenta.

C’è un’amministrazione comunale di un paese sulla costa, è superfluo dire quale, che mi ha raccontato di quanto necessario si renda lo psicologo da ottobre in poi. Perché a maggio parte la stagione, questa specie di crudeltà fatta di caos e cupidigia, i ritmi della vita si fanno insostenibili e le giornate paiono infinite e troppo corte allo stesso tempo, e a ottobre il tuo ristorante è vuoto, da duecento coperti passi a sette, otto, ti chiedi che senso abbia la tua vita. Con il conto pieno, che puoi non fare niente da qui a primavera e campi benissimo. Però c’è questo vuoto dentro che, sai, non te lo saprei dire bene, ma mi lascia inerme e preoccupato, non so di cosa. Lo psicologo arriva in questo momento.

C’è una coppia di un paese che non ha ospedali vicini: il pediatra del paese è molto anziano, sta per andare in pensione. Ma ce n’è un altro, a pochi chilometri. A pagamento. La strada è brutta, eppure pensavano di mandarlo comunque da lui, il figlio.

Ce ne sono tanti, di posti con gli stessi problemi, o simili. Lo sappiamo.

Però la Sardegna è un’altra cosa. È quella cosa lì, simile ad altre, ma nel suo modo unico.

Le frittate si fanno pure con gli asparagi di supermercato, i fichi d’india se li compri sbucciati eviti di riempirti le dita di spine, e il tuo minestrone sarà saporito anche senza i finocchietti selvatici. Alla cordedda piccante, se metti timo tritato in barattolo, vedrai che non se ne accorge nessuno. È vero.

Ma non è la stessa cosa.

Quindi voi potete mostrarci che i vostri partiti hanno molte idee innovative, tutte figlie del confronto interno e della vostra esperienza di governo, attuale o passata. Ma qui è un’altra cosa.

E sappiamo che farete di tutto, con i vostri contatti a Roma, per negoziare soluzioni e risolvere i nostri problemi. Per i trasporti, per la destagionalizzazione, per la sanità, per le politiche energetiche, per le servitù militari, per l’ambiente, per l’insularità, per le lingue minoritarie. Per tutto. E magari in qualcosa riuscirete pure. Ma non è la stessa cosa.

Portate i cognomi famosi in processione nei nostri paesi, tipo festa di patrono, e spazzolate le passerelle al loro passaggio. Poi fateli ascoltare da tutti, distribuite i volantini, promettete soldi, posti fissi, spuntini, rinascita, futuro. Magari qualcosa succede davvero. Ma non è la stessa cosa. La Sardegna è un’altra cosa.

A noi gli asparagi ci piacciono pisciati dalle bestie selvatiche. Poi già li laviamo. È che almeno ce li raccogliamo da soli, hanno più sapore, sono i nostri davvero. Dentro ci sono le passeggiate, il profumo dell’erba bagnata, nostra figlia che impara a riconoscerli. Voi magari li cuocete meglio, avete fatto il corso di food photography e quando postate la frittata sui social vincete pure il contest. In genere quando si vota vincete voi.

Però la Sardegna è un’altra cosa.

Io non ho i social, ma magari tu sì:

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