L’odore delle cose bruciate

L’uomo soffoca un grido di dolore. Il vetro scheggiato della finestra da cui cerca di accedere al capannone si è impigliato alla manica della camicia. Lui rischiava di restare appeso per il tessuto, ha dato uno strattone e il vetro ha reciso la carne. La vista del sangue gli è indifferente. Stringe i denti per soffocare un’imprecazione e salta dentro. Si guarda intorno, procede svelto e silenzioso. Comprime la ferita con la mano. Quando arriva di fronte al cumulo informe sul fondo del magazzino, scosta il telone di plastica ed estrae la busta di nylon dal retro dei pantaloni. La depone a terra, tendendo i bordi e dandole la forma di un cestino. Sotto il telone ci sono sei sacchi di mangime sigillati. Mangime per galline. Nel settimo non c’è quasi più niente. Lo svuota con le mani, dentro la busta informe depositata sul cemento. Fa un nodo con i manici del sacchetto, nasconde le sei confezioni di mangime rimaste con il telone occhiellato, ed esce.

Sulla strada del ritorno guarda la terra impolverargli i piedi e vede cadere una goccia di sangue scuro. Osserva il braccio, la manica è macchiata. Non fa male. Di tanto in tanto l’uomo si china e raccoglie delle erbe selvatiche. Una dozzina di steli quasi secchi, il brodo non uscirà granché. Pensa che sei sacchi sono ancora tanti, dovrebbero bastare fino alla fine. Se sapessi quand’è la fine, aggiunge – e se nessuno mi segue e porta via i sacchi. Gli sfuggono due lacrime, ma ha giurato che non avrebbe più pianto. Le asciuga subito. Ora la manica della camicia è sporca di moccio e polvere, di sangue e lacrime. Il campo ricomincia all’improvviso.

Tutto, di quel luogo, è disperato. Ma l’uomo non si guarda attorno e balbetta un canto nella lingua di sua madre per distrarsi dal suono della morte incombente, fatto di maledizioni, preghiere e silenzi rassegnati. Lui stringe il sacchetto sul torso, sotto la camicia insanguinata, accoglie la sensazione del sudore a contatto con la plastica, preme con la mano per riconoscere la forma del mangime in pellet. Evita di incrociare gli sguardi. Ignora le grida. La puzza delle cose bruciate, invece. Quella ha preso il posto dell’aria che si respira. Il fuoco ingoia ogni cosa e vomita quest’odore. Dei cadaveri, della plastica, dei tessuti delle tende, o di ciò che queste cose, tutte le cose, furono e non saranno più. L’uomo combatte i conati e accelera, si arresta sul bordo del loro pezzo di campo. Stanno sotto una copertura di lamiera, hanno trovato una poltrona sfondata.

Sua moglie e i bambini dormono lì, a turno. Lui ha un tappeto. Recupera il pentolino, lo riempie d’acqua gialla e accende il gas. Usano un fornellino da campeggio. Chissà da quale negozio è stato rubato. Non lo ricorda più. A un certo punto l’acqua bolle, e lui ci butta dentro le erbe selvatiche che ha appena raccolto. I bambini si sono spostati a giocare. La donna dorme. Ha perso venticinque chili. Venticinque è un modo per dire tanti. La bilancia l’hanno lasciata a casa, ma non esiste più. La casa intera. Con la bilancia, i giocattoli, l’armadio con i vestiti, il bagno e la nuova pianta appena travasata, nel vaso grande in salotto. Non esiste più niente, ora c’è solo odore di cose bruciate. Quelle erbe servono a fare un brodo. È molto pallido. È così chiaro da farti preoccupare se lo guardi. Probabilmente il colore glielo dà l’acqua, mica le erbe. È essenziale avere il brodo.

Quand’è in temperatura ci butti dentro il mangime e con il cucchiaio puoi mescolare fino a creare un impasto denso. Come una polenta, ma del colore delle pozzanghere e un fetore nauseabondo. Poi lo tiri fuori, lo stendi sulla carta stagnola, fai delle polpette, le schiacci e le ripassi in pentola per formare una crosticina croccante e sono pronte. È una ricetta che ha inventato lui. Puzza come la merda sul fondo del pollaio, guardi le polpette e ti chiedi come sia possibile che non ci siano delle piume, come quelle che trovi sulle uova. Neanche le uova esistono più. Comunque quell’odore di mangime bollito impastato steso e abbrustolito scompare. Si fonde con la puzza del resto e se uno si stringe le narici mentre manda giù neanche lo sente. È questo che l’uomo ha raccontato ai bambini, di tapparsi il naso e mandare giù.

Sono poco lontani, li vede: hanno qualcosa tra i piedi e la prendono a calci verso una coppia o l’altra di pietre, andando a memoria per ricordare dove passino le linee di bordo campo, delle aree e di fondo, tutto quello che serve per una partita. È curvo sul pentolino, le polpette cominciano a emanare l’odore di bruciato oltre il quale non si deve mai andare. A quel punto bisogna fermarsi, perché diventano davvero immangiabili. Le ridispone sulla stagnola tesa lì accanto, la moglie si sveglia e sorride come se Dio le abbia portato in sogno tutto il senso di fatica dell’umanità. L’uomo si stringe le ginocchia, ricambia con una curva delle labbra e si mette dritto. Sposta le mani sui reni come per tenersi. La manica destra della camicia è nera di sangue rappreso. Socchiude gli occhi contro il vento e la polvere.

Brilla qualcosa sul suo volto di padre, una specie di gioia commossa, ma è un attimo. Perché poi, senza poter stare appresso alle immagini del cervello, pensa che non avrebbe mai voluto un futuro del genere per i suoi figli, si dà del padre irresponsabile, in quel pezzo di mondo non c’è niente di buono e lui li doveva portare via, anni fa, si maledice perché chi cazzo lo vorrebbe mai mangiare il mangime delle galline, e io devo chiamare i miei bambini a costringerli, perché non ho alternative, li individua nella mischia dei loro coetanei, confusi nella stessa effimera spensieratezza. Stacca le labbra per gridare, piega la lingua sui denti, la mano destra già piegata sul lato della bocca. Prende fiato. Ora grida e li chiama. Anzi, no.

Un sibilo spacca il silenzio, diventa fuoco appena tocca terra. È un tuono senza pioggia, un terremoto piovuto dall’azzurro del cielo. Al posto del campetto improvvisato lascia un cratere, mille membra scomposte, da qualche parte anche quello che resta dei figli dell’uomo. Col grido del nome del primogenito spezzato in gola, sua moglie che, lui non lo sa, è morta adesso anche se camminerà sulla terra per qualche tempo ancora, un abisso nello sguardo, una promessa che sta per tradire: perché ora piangerà senza pensare a come smettere.

Non ha canzoni di madre per distrarsi, nell’aria c’è di nuovo l’odore delle cose bruciate. Di tutte le cose bruciate. I corpi, le attese, i destini, suoi figli, le polpette di mangime, la terra di suo padre, le tende del campo, la rabbia impotente.

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