Trascrizione degli appunti per il talk che ho tenuto a Fàulas 2024, a Oristano. Fàulas è il festival di ANS che smonta i luoghi comuni sulla Sardegna, e il video integrale del mio intervento si trova qui.
Ogni anno il Salone del libro di Torino sceglie una regione e una nazione ospiti. Mi piacerebbe dirvi che la nazione ospite era la Sardegna, ma da quelle parti ci considerano una regione. Quindi eravamo ospiti in quella veste lì. La nazione era l’Albania, se ve lo state chiedendo. Le regioni ospiti possono prevedere un palinsesto parallelo e hanno uno stand sensibilmente più grande. È un po’ un’occasione per raccontarsi. Io sono stato invitato in qualità di nuova voce della narrativa contemporanea sarda, durante una sorta di tavola rotonda. Il moderatore poneva a tutti le stesse domande, e rispondevamo a turno. Se non ricordo male era l’ultima domanda, quella in cui ci chiedeva se scrivessimo in quanto sardi o ci sentissimo sardi in quanto scrittori. In altre parole, se la nostra coscienza di popolo sia stimolata dalla scrittura, o se la scrittura sia uno stimolo per sentirci pienamente parte di un popolo. Io ho risposto senza esitazioni, e ho detto che se non fossi sardo probabilmente neppure scriverei. Lo penso ancora. E da questo pensiero derivano le cose che vorrei condividere oggi con voi.
Non so se pensare che scrivere romanzi sulla Sardegna sia inutile sia davvero un luogo comune. Probabilmente è vero che molte persone reputino inutile la letteratura in generale. E a pensarci bene, a cosa serve? Io me lo sono chiesto spesso. Cosa ce ne facciamo? Perché si scrivono, e perché si leggono, i libri? Non è una domanda retorica, anche se il tono sembra quello. La letteratura serve a portare le persone da qualche parte. Al termine della lettura di un romanzo, l’unica domanda sensata, per quanto mi riguarda, è: «Dove sei stato?» La trama di un libro, quando hai finito di leggerlo, non conta poi così tanto. Neppure chi vive e chi muore, se quei due si sposano o no, se l’assassino è quello o quell’altro. E non è importante neanche l’ambientazione geografica o temporale. Quando dico che «Dove sei stato?» è l’unica domanda sensata non mi riferisco ai luoghi descritti. Quelli sono un pretesto. Tutto è un pretesto, dentro la letteratura. Però se un libro ci conduce da qualche parte della nostra anima che ci fa assomigliare di più al resto dell’umanità, e ci fa sentire parte dell’universale, allora è un buon libro. Non è una cosa da poco, mi pare. La letteratura serve ad accompagnarci verso una forma più piena, più profonda, più consapevole, di umanità.
Tutto questo a me sembra molto utile. Mi sembra una delle poche cose davvero utili. Potrei aver già concluso. Siccome i romanzi servono a renderci un po’ più umani, allora sono utili. Se li scriviamo sulla Sardegna saranno utili certamente in un modo specifico. Ma questo è il punto. Che Sardegna ci vuole, perché i romanzi siano utili?
Vale sempre la pena di venire in Sardegna, soprattutto se il mezzo di trasporto è l’immaginazione, che non ha l’impiccio del corpo. Ha quell’aria esotica a metà tra il mare cristallino e il formaggio forte, le pecore che bloccano la strada e i vecchi centenari, le bottiglie di vermentino bevute in barca e i banditi con un codice da rispettare. È l’alterità a due passi, un’isola in cui sbirciare tra le tragedie e le meraviglie di una terra sempre ammantata di mistero, dove tutto è ancestrale, antico, fatato. Vale bene la pena di farci dei bei libri, no?
C’è una specie di aura attorno alle autrici e agli autori sardi. Come se ci dicessero sempre, tra le righe, che certo che abbiamo qualcosa da raccontare, con il posto in cui viviamo. Forse intendono dire che abbiamo un parente latitante, una nonna che conosce una formula magica, una violenza domestica, natura incontaminata. A volte finiamo per crederci. E scriviamo libri così, per compiacere, confermare, assecondare, annuire, quasi tacere. Però leggi un romanzo così e quando ti chiedono dove sei stato puoi dire solo che sei stato fermo immobile nei preconcetti che avevi. Scrivere questa Sardegna è un insulto alla nostra dignità. La Sardegna non è l’oggetto del racconto. Soprattutto, non quella Sardegna: qui ci sono più militari stranieri che banditi, più antidepressivi che formule magiche, nessun giovane, una siccità preoccupante, bambini che non vanno più a scuola, sale slot.
Scrivere romanzi sulla Sardegna non è solo utile. È essenziale. La letteratura sarda dei grandi che ci hanno preceduto non è grande perché è fatta in Sardegna. È grande perché la Sardegna è stata usata come generatrice di una visione del mondo. È la finestra che si affaccia sull’umano. Le nostre visioni personali nascono qui, ma puntano al resto del mondo. A chi importa dov’è ambientato Delitto e castigo? Non c’è bisogno di consultare le carte di navigazione del Pequod per navigare nell’ossessione di Achab. Chi se ne frega? Noi pretendiamo dai romanzi che ci cambino la vita un pezzo alla volta. La letteratura è un’arma affilatissima per vendicarsi del piattume, per erigere geografie e dare vita a infiniti personaggi. Potrebbe essere la formulazione di un sortilegio incantato che protegge la monotonia del racconto del mondo. Può fare male tanto da convertire, esaltare abbastanza da compiere scelte radicali, commuovere fino all’ispirazione. Perché tutto questo deve accadere esattamente dove e come ci si aspetta che accada? Con tutto il fascino che possiamo suscitare, perché scegliere di costruire un mondo sospeso, morto, eternamente nostalgico, incapace di cambiare se stesso né gli altri?
Ci vedono in un modo, e noi facciamo di tutto per assomigliare a come ci guardano. Basta. Se no rischiamo davvero che mettere la Sardegna nei romanzi non serva a nulla. A Torino avevo risposto in quel modo perché quest’isola subisce da sempre la narrazione che ne fanno gli altri. Dunque io scrivo per dare il mio piccolo contributo a una narrazione autonoma. Che poi vuol dire sforzarsi di esercitare la propria libertà.