Jaja

Aveva il dorso delle mani, grandi e affusolate, percorso da vene sporgenti. E quando sfregava i palmi tra loro, emetteva il fruscio che appartiene a chi ha trascorso la vita a lavorare. Osservava il mondo essendo diventata capace di stupirsi ormai dell’amore soltanto, delle prime parole dei nipoti, dei loro bei voti a scuola, delle soddisfazioni dei figli. Guardava dentro le persone, le capiva e lasciava se ne accorgessero, dai modi in cui camminava e dai modi in cui taceva.

Possedeva due coltelli a serramanico. Con il più piccolo mondava le cime dei fagiolini, lasciando sbucare solo l’estremità acuminata della lama dalla fessura che creava tra indice e pollice. Oppure scavava nel cuore delle albicocche per cacciare il verme. Senza buttare via il frutto, lo spolverava sulla gonna ampia, nera, e lo mangiava di gusto, dopo avermelo proposto. Ogni giorno, dopo la scuola, pranzavo da lei. Mi aspettava alla finestra e quando sbucavo dalla curva alla sommità della salita sorrideva pianissimo. Non ho mai pensato di chiamarla nonna.

Aveva un nome per tutti, che poi è anche il mio, Jubanna, Giovanna. E aveva un nome per noi soltanto, l’unico che a Nùoro conosciamo per indicare le madri dei nostri genitori. Jaja. Non la ricordo avere mai avuto paura. Quando era particolarmente felice brillava di una luce radiosa che le scompigliava lo sguardo e i capelli candidi, lunghissimi, sempre raccolti in una treccia avvolta dietro la testa. Potevo stare certo di ricevere abbracci sinceri. Eppure ne chiedevo di rado. Era sufficiente che lei mi gravitasse attorno per sentirmi al sicuro.

Preparava l’acqua la notte di San Giovanni, cantava, mangiava la frutta e cucinava il sugo di pomodoro. L’ho conosciuta che portava già il lutto, sempre con il nero addosso. Quando era triste me lo nascondeva. Una volta ho trovato un suo dente sulla credenza. L’ho toccato e mi ha intimato di rimetterlo a posto. Mi proponeva di giocare a scopa, mi chiedeva di leggere i numeri e i segni delle carte che aveva in mano, e vinceva comunque ogni partita. Mi aveva portato una minuscola sedia impagliata dall’Ardia di Sedilo, su misura per i bambini. E una piccola brocca di terracotta. E ogni giorno che ho trascorso con lei, mi ha donato la certezza sempre nuova del suo bene viscerale.

Jaja è morta ventisei anni fa. Quando mia madre l’ha saputo, per telefono, è scoppiata in un pianto disperato. Io le ho stretto le gambe perché non arrivavo ad abbracciarle le spalle. Avevo quasi dodici anni. Ho trascorso il pomeriggio del funerale insieme ai miei fratelli, a casa, con una zia paterna. A un certo punto sono uscito fuori, ho raccolto un bastone, e ho falciato tutte le erbe infestanti che occupavano il terreno a ridosso della veranda, girando su me stesso come impazzito. Ho ancora la capacità di ricostruire l’inquadratura sfuocata di quel pezzo di mondo. Oggi mi sembra stessi cercando di uccidere, affondato nel vuoto senza sapermi dare pace, qualche colpevole.

Eppure, non so bene come fare senza offendere la mia sensibilità, ma mi sembra di doverlo scrivere: il ricordo di Jaja, e saperla così lontana nel tempo, guardare la notte dalla mia finestra e immaginare che lei sia nella sua piccola casa, vedere le sue mani porgermi una melina verde appena raccolta, farmi accarezzare i capelli, tutto questo e ogni altra cosa si animi dentro di me a ripensarla, mi infonde la grande serenità delle cose che finiscono. Solo le cose brutte sono costrette a durare per sempre. Le belle trovano un senso nel loro compiersi, travalicano il tempo, e diventano immortali, vita pura senza il pensiero della fine.

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