Non è facile argomentare quanto ho da condividere riguardo all’immagine che accompagnerà le celebrazioni dell’ISRE per i cent’anni dal Nobel a Grazia Deledda. Le difficoltà sono principalmente due.
La prima è rappresentata dal rischio che si possa supporre, tra le righe, un qualche attacco personale o riferimento al lavoro di altri. È evidente: ho qualcosa da dire. Sono rimasto davvero esterrefatto nello scoprire il marchio del centenario, e non in senso positivo. Dunque cercherò di spiegarne il perché, attenendomi alla visione che ho della mia città e delle necessità proprie della valorizzazione culturale, ma sono consapevole, per quanti sforzi possa fare, che i miei ragionamenti si potrebbero sovrapporre a ipotetici giudizi personali.
Mi sforzerò di ribadirlo spesso, e lo faccio fin da ora: non si tratta di chi ha fatto cosa. Solo il cosa. Il problema è il cosa. E anche il rosa, ma ci arrivo. La seconda difficoltà è di ordine logico e di costruzione del discorso: non so da dove cominciare. Provo a mettere in fila.
Immagini e immaginari
Nella giornata dell’otto dicembre, l’ISRE ha presentato il logo che accompagnerà le celebrazioni deleddiane per il centenario del Nobel per la letteratura alla nostra più illustre scrittrice. L’immagine è stata mostrata, stampata su grandi fogli bianchi, durante la conferenza stampa nella quale si condividevano anche le intenzioni più scientifico-divulgative dell’operazione di valorizzazione della figura della Deledda. Il logo, dunque.
Allego un’immagine per evitare la descrizione tecnica.

Il pennino che, affiancato a due cerchi che richiamano le lenti degli occhiali, compone il numero cento. All’interno del secondo cerchio il volto (distorto e irriconoscibile) della scrittrice, nero su bronzo. Un apostrofo rosa accanto al pennino per formare un Uno, e un terzo cerchio, più piccolo, campito in rosa, per indicare il valore ordinale del numero. Sotto, due font, uno dei quali stretchato sulla verticale.
Sono appassionato e abbastanza competente nella grafica da individuare diversi errori nella realizzazione del marchio. Ne ho parlato in privato, accalorato, con grafici professionisti più indignati e delusi di me. Ma non ne parlerò qui. Ho deciso di scrivere sul tema per condividere le mie perplessità da scrittore e da cittadino, niente di più.
Il pennino, gli occhiali e il colore rosa: ce li meritiamo davvero? Scegliere la rappresentazione più semplice di qualcosa, se si fa un mestiere creativo – e la grafica, ma soprattutto la letteratura della Deledda lo sono – di rado è la scelta migliore. Semplice e banale rischiano di assomigliarsi tantissimo.
Se speravamo in un’immagine originale, visionaria, ispirata, alternativa, sottile, arguta, delicata ma potente, determinata ma elegante, se speravamo in un’immagine che assomigliasse alla scrittura di Grazia Deledda, non possiamo che rimanere delusi. Davvero: il punto non è quello delle capacità personali. Mi sembra più utile soffermarci su quanto facilmente, come sistema di controllo delle rappresentazioni che facciamo di noi e del nostro patrimonio, abbiamo scelto la scorciatoia più ingannevole tra tutte, ovvero la didascalia.
Che colpe abbiamo commesso, come comunità, per scegliere di raccontarci con questa leggerezza? Scrittrice donna con gli occhiali? Facile: usiamo un pennino, due cerchi e il colore rosa. Ha vinto il Nobel? Usiamo il bronzo. Nessuno, in tutto il processo creativo e di approvazione, si è accorto della banalità?
(Un parere rapidissimo, l’unico, sul mio giudizio estetico. Il logo mi sembra davvero brutto. Ma no, questa non è la cosa peggiore.)
Molto di ciò che siamo dipende da come ci guardano
Sono convinto che la narrazione della nostra città passi anche per quel logo, perché è da lì che il mondo, là fuori, elaborerà la propria percezione dei nostri progetti per omaggiare il Nobel barbaricino.
In una comunità vastissima di occhi addestrati alla bellezza funzionale dei buoni marchi e del bel design, abituati a godere della piccola meraviglia domestica che suscita la doppia lettura di un logo geniale, sinceramente colpiti da una buona campagna marketing, soddisfatti senza saper spiegare perché dal rigore cromatico, dall’equilibrio dei pesi tipografici, dalla giustezza dei margini, nell’infinità di mani che scrollano immagini del profilo memorabili, soppesano packaging perfetti, armeggiano con dispositivi dalle proporzioni auree… Arriva il nostro logo pennino-occhiali.
Inutilizzabile in digitale, impensabile in negativo, incomprensibile in piccolo, privo di qualsiasi innovazione creativa. In un’intervista, il direttore Stefano Lavra arriva a definirlo straordinario. E io, nell’ascoltarlo parlare, stupefatto, ho quasi visto i volti dei letterati invitati alle giornate che si terranno a Stoccolma e New York sforzarsi di camuffare l’imbarazzo e guardarsi di sottecchi. Ce lo meritiamo? Non mi spingo fino a chiedermi se a un’istituzione immortale come un premio Nobel debba essere riservato un trattamento del genere. Mi interessa più ciò che meritano i vivi, ciò che merita Nùoro.
Perché dobbiamo attirarci addosso sguardi di commiserazione e scherno? Temo che succederà. Mi rendo conto di star assumendo toni catastrofici. “È solo un logo, quello che conta sono le iniziative culturali.” Mi dispiace, non oggi. Non in un tempo in cui tutto è racconto e ogni racconto è extra- e multi-mediale. Quello che disegniamo racconta, quello che filmiamo racconta, tutto racconta.
Come facciamo a percorrere il solco del contemporaneo, disarmati sul fronte del design? Come ci guardano le lettrici e i lettori di domani, oggi giovanissimi, comparandoci al resto delle proposte grafiche e visive che hanno attorno e dentro gli smartphone tutti i giorni, a tutte le ore? È una competizione che non possiamo permetterci di perdere.
Forse il punto è questo: avremmo dovuto essere accattivanti, e abbiamo sprecato un’occasione. Ora che sto concludendo, ne approfitto per ribadire quanto premettevo in apertura. Non è un giudizio sulle persone che hanno lavorato al logo. È una riflessione sulla nostra capacità collettiva di stare al passo con il mondo.
E sarebbe comunque un gradino sotto quanto ha fatto Grazia Deledda con la sua vita, lei che ha inventato una cosa che non solo non esisteva, ma non era neppure ritenuta plausibile: il romanzo sardo e la letteratura pienamente, liberamente sarda.
Possiamo fare nostra questa enorme lezione, e cominciare a immaginarci come innovatori, pionieri, fondatori di qualcosa, o dobbiamo ancora ricorrere alla didascalia per paura di essere fraintesi?