Drogato di me

Un anno fa decidevo, dopo mesi di titubanza, di disattivare i miei account sui social network.

Avevo aperto il profilo Facebook nel giugno del 2010, perché allora era imprescindibile per sentirsi dentro il ciclo naturale delle cose, per non perdersi di vista e condividere. Avevo opposto un po’ di resistenza iniziale, ricordo. Poi avevo tentato di usare il profilo aggirando le convenzioni e le tendenze, con il risultato di apparire anomalo, imbarazzante, sfigato e tutti gli altri aggettivi che i ragazzi di oggi includono in cringe. Quindi mi ero adeguato e allineato, e certi post riscuotevano like, commenti e condivisioni – le metriche del successo. Con Instagram il percorso è stato simile.

Quando poi ho pubblicato il primo romanzo, la spirale tipica dei tossicodipendenti mi ha convinto che fosse imprescindibile restare a bordo della macchina. Come fai altrimenti a promuoverti? Se non fai sapere quando il libro arriverà, come sarà la copertina, dove farai la presentazione. Ero davvero convinto che fosse necessario. A un certo punto avevo scritto un post che era diventato virale – solo adesso, scandendo la parola da un’altra prospettiva, la associo all’ambito biologico-sanitario, e trovo risposte in questa etimologia dell’appestante. Con quel post ho accettato un migliaio di richieste di amicizia in un giorno solo. Wow.

Vedevo coetanei e conoscenti, a ondate, abbandonare la nave. Disfarsi del profilo e andare via, e mi pareva impossibile. Dicevo agli altri, perché io stesso mi ascoltassi, che si trattava di un gesto anacronistico. Ribadivo che per certi mestieri privarsi di una presenza online controllata fosse addirittura dannoso. Perché, devo aggiungere, intanto studiavo qualcosa di digital marketing e social media management, e sapevo che termini utilizzare e come tessere le lodi del medium, perché i guru parlano bene e io li ascoltavo per imparare.

Tutto questo per dire che io conoscevo tutti gli inganni del sistema algoritmico, tutti i problemi determinati dall’abuso delle piattaforme, tutto ciò che stavo perdendo, un brandello di me alla volta. Mi sono guardato da fuori, spogliato delle mie preferenze e imbottito di micro-contenuti insignificanti, scrollare nel buio del mio soggiorno, ridere da solo illuminato dal cono di luce blu.

Ho goduto delle iniezioni di autostima, ho braccato il compiacimento, saziato la mia presunzione. E intanto ho abdicato alla mia creatività, confuso il piano delle relazioni, inaridito la spiritualità, impigrito l’intelligenza, illuso la volontà, indebolito la complessità, represso l’originalità, semplificato le idee, diminuito le letture, fiaccato la resistenza, dimenticato di essere unico, come tutti. E tutto questo, lo sapevo.

Mentre accadeva, mi osservavo pieno di delusione, e mi lasciavo fare. Sommerso dal senso di colpa che diventava nausea, nausea fisica, e tuttavia incapace di staccare tutto e immobilizzare il pollice che scrollava. Non sapevo più bene come fare a stare con gli altri, mi distraevo per qualsiasi minuzia, mi annoiavo ad ascoltare le persone parlare. Spesso mi davo fastidio e mi rattristavo, ma c’era sempre un reel divertente a riportarmi su l’umore.

Quindi ora sono felice di esserne fuori. Ho trentotto anni, ne ho trascorso quindici dentro i social. Dopo la mia infanzia, dunque, metà del tempo a studiare e metà lì dentro. Non voglio demonizzare in assoluto lo strumento, negarne il valore, ribadire l’ovvietà della necessità di una misura in tutte le cose. Voglio celebrare la mia capacità di ammettere che i social mi hanno reso una persona peggiore, e la serenità che ho conquistato nel preciso momento in cui ne sono uscito. Ho ancora l’impressione che certe cose perdute lo rimarranno per sempre, ma spero di sbagliarmi.

Credo che tutti dovrebbero fare lo stesso? Non so rispondere.

Credo che sia plausibile immaginare una decadenza dei social network, o almeno una loro trasformazione radicale nel breve periodo? No.

Credo che tutti si sentano o si siano sentiti come me? No.

Credo che i social network abbiano reso il mondo un posto peggiore? Più sì che no.

Credo che non abbiano fatto niente di buono? No, per carità. Hanno fatto anche cose buone.

Mi mancano?

Ecco. Non posso negare che per certi versi, specialmente per ambiti molto specifici, o profili molto ben curati, mi manchi la possibilità di restare aggiornati. Gli ultimi lavori di Luca Barcellona, per dirne uno. O le uscite dei libri di certi editori, certi eventi nella mia città.

Però. Però in quest’anno ho scoperto che le informazioni sono come l’acqua, e trovano sempre una strada. Se non mi interessano abbastanza, non arrivano. Se mi servono, trovo il modo di arrivarci. E non è neppure troppo complicato.

E poi mi manca la possibilità di contattare potenzialmente chiunque in un attimo. Ma anche in questo caso, credo che un modo si possa comunque trovare.

Questo è il mio one year sober, l’uscita dalla convinzione di essere speciale e l’ingresso nella riscoperta di essere unico.

Io non ho i social, ma magari tu sì:

Facebook
Telegram
WhatsApp
Email
Threads

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sono anche su substack

Non ho ancora cominciato a usarlo, ma è da lì che cercherò di costruire una newsletter.

Ci metto dentro aggiornamenti sulle cose che faccio o scrivo, anticipazioni del blog, racconti inediti, dietro le quinte, informazioni sugli eventi… per costruire una piccola community, come si dice.