Nella foresta non si muore

Signora, può rivestirsi.

Grassia tese le braccia tozze e molli nelle maniche del maglione, e dentro il buio di lana nel quale infilò la testa, approfittando del brevissimo tempo a disposizione, pregò. Riteneva la sua una speranza legittima, e chiedeva una cortesia celeste, niente di miracoloso. Il referto arrivò rapido. Non era opportuno attardarsi.

È tutto a posto.

Come se dentro la donna avesse cominciato a piovere, dalle finestre dello sguardo s’intravide il grigiore livido dei temporali.

Come? Le ho raccontato delle fitte al fianco: mi tolgono il respiro.

Dagli esami non risulta niente, e mi sento di escludere qualunque tipo di patologia. Probabilmente ha dormito troppo a lungo in una posizione scomoda, o ha fatto uno sforzo eccessivo. Le fitte passeranno.

E le emicranie? Prima ho dimenticato di dirglielo, ma dimentico le cose. Vado al supermercato e non so più cos’è che dovevo comprare.

Le capita spesso?

Almeno due volte al mese. È un segnale, no?

Un segnale del fatto che sta per compiere… aspetti: ottantanove anni.

Scrutando il volto ammutolito dell’anziana, il medico sorrise e le prese le mani.

Mi ascolti. Anzi, se mi permette le do del tu, ormai ci vediamo tanto spesso che potrei essere suo nipote.

Va bene, certo.

La pioggia dentro la testa le velò lo sguardo, Grassia tirò su col naso, leggerissima.

Grassia, ascoltami: stai benissimo. Ci sono file di giovani, là in sala d’attesa, che si accontenterebbero di metà della tua salute. Perché sei così delusa?

Non ce la faccio più, dottò. Non ne voglio più sapere. Basta.

Pioveva così tanto, là dentro, che era tutto invaso d’acqua. Sugli zigomi, giù fino al collo cadente, sul fazzoletto di stoffa, sulla scrivania, pozzanghere di lacrime sul blocco delle ricette.

Dimmelo tu: cosa rimango viva a fare, se sono sola, e sono sfinita, e l’unica cosa che mi è rimasta è la salute?

Il medico scrutò a lungo dentro le nuvole degli occhi di Grassia, poi prese coraggio e parlò.

C’è qualcosa che non dovrei consigliarti.

Vai avanti.

Se tu non hai cuore di – oddio, non dovrei proprio.

Vai avanti. Per favore.

Se non vuoi fare da sola, se puoi solo aspettare, ma non ce la fai più.

È proprio così.

Ecco, allora puoi andarle incontro. Intendo: letteralmente. Cammini, cammini, cammini… e a un certo punto non ce la fai più. Magari ci vogliono anni. Ma alla tua età basterà molto meno.

Questo non è un consiglio da medico.

Te l’ho detto che potrei esserti nipote.

Fatti abbracciare.

Mi dispiace, se poi non ci vediamo più.

A me no, ma non prendertela.

Risero, lei uscì. Poi tornò indietro e si affacciò alla porta.

E dove vado?

Conosci la foresta, in Supramonte? Sas Vaddes.

In qualche modo la trovo. Grazie.

Poi sparì.

C’era una schiera di monti, sopra il paese. E più in alto, altre montagne ancora. Distese di rocce nude affilate dalla pioggia e irrorate dall’interno, pietre fertili capaci di dissetare cisti, peonie, mufloni, gheppi, ribes, lecci. Sassi lisci dotati di adeguata pervicacia da farsi ventre carsico, strapiombo, fenditura abissale, vetta, cresta, nido. Nessuno aveva mai visto una novantenne vestita a lutto trainare il carrello per la spesa e attraversare quei pianori sconnessi. E ora Grassia era lì. Aveva indossato il tailleur nero e un paio di sneaker bianche e viola, e si era messa in marcia di buon mattino. Nella borsa, che trascinava senza apparenti difficoltà, aveva riposto le scarpe eleganti, una bottiglia d’acqua e due pagnotte sottili. Confidava di morire durante l’ascesa, le scorte minime erano da condividere con eventuali camminatori, più che per sé. La lunga salita, più stretta e storta e scivolosa metro dopo metro, tuttavia, non la uccise. Riuscì dunque ad affacciarsi sulla magnificenza del grande campo coperto di cisto, incastonato tra le cime verdi all’orizzonte, e subito ebbe paura. Camminava lenta, cercando di spremere da sé l’ultimo respiro, la stilla finale. Si fermava per un sorso d’acqua e ricominciava. Poi la piana finì. Sul volto sudato della donna soffiò un vento freddo e umido, e Grassia la vide: cominciava la foresta. Una barriera verde, verticale, buia. È così che si sente chi varca i cancelli dell’oltretomba? Si volse sulla pianura che lasciava, fugace come Orfeo: ebbe un brivido e, di nuovo, ebbe paura. Era andata a cercare la morte, e attorno era tutto dannatamente, inspiegabilmente vivo. Lei compresa.

Quanto il campo di cisto era allagato di sole, tanto il bosco era affogato nel buio. C’erano chiazze di luce filtrata dalle fronde, chiarori sui tronchi e lame luminose nelle quali galleggiavano nugoli di insetti. Di tanto in tanto, sul sentiero di terra morbida e scura, apparivano sprazzi più chiari, a confermare il presentimento che da qualche parte, al di là della mandria di alberi secolari, ci fossero un tempo e uno spazio per la lucentezza. Là dentro, invece, era una penombra diffusa. Grassia camminava e ascoltava, per quanto l’udito le concedesse, il corteggiamento degli uccelli e l’anima delle fronde, mai ferme del tutto. A parte questo, solo il cigolio della ruota destra del carrello. E nel suo procedere rassegnato osservava le infinite possibilità del verde di farsi brillante come l’acqua e cupo come il dolore, di essere foglia, felce, germoglio, ghianda, muschio ed erba, di contenere l’origine, la giovinezza, il coraggio, l’attesa, la trasformazione. La vita, tutta. Respirava l’odore fertile della marcescenza degli alberi schiacciati dai millenni, adagiati sui fianchi del sentiero ondoso a cedere la propria memoria – alle radici degli arbusti e all’alacrità degli insetti. Seguiva il volo delle farfalle, la cui esistenza dura un giorno, e invidiava il loro orizzonte così vicino e così inconsapevole. Si fermò per prendere fiato e si sedette su un masso gelido, gonfio d’acqua. E pianse. Tenne la fronte tra le mani e crollò. Fu allora che, da un sentiero impercettibile, emerse un ragazzino.

La ascoltò singhiozzare, poi si schiarì la gola per palesarsi. Lei sussultò e gridò. Entrambi si voltarono verso un frullare d’ali improvviso.

Scusate. Non vi volevo spaventare. Vi posso aiutare?

Grassia farfugliò. Vide negli occhi scuri del ragazzo, vivaci e curiosi, una lieve inquietudine. Lo anticipò.

Scusami. Sono molto stanca. Non c’è bisogno che mi aiuti.

Vi sentite bene? Non è un posto per… gente come voi, non so come dire.

Per una donna? O per gli anziani?

Per una donna vecchia.

Grassia rise.

Me ne vado subito, non preoccuparti.

E come ve ne andate?

Come Dio vuole. Sono venuta qui a morire.

Ah, ecco. Per quello siete vestita così?

Sì.

Il ragazzino si sistemò il pile mimetico e tirò su i jeans logori, poi si grattò la testa, distogliendo lo sguardo per il disagio. Grassia riprese.

Tu invece cosa ci fai qua?

E dove devo andare, se no?

A scuola.

A scuola non ce n’è uno che mi vuole bene.

E qui? È meglio startene qui da solo?

Non sono solo. Ho i maiali e le capre. Sono in giro qua attorno, ma se fischio arrivano subito.

Non sarebbe meglio andare a scuola? Sforzarti un po’, prendere un diploma…

E non sarebbe meglio rimanere viva?

Grassia tacque, si sistemò la gonna e si mise in piedi.

Ognuno ha le sue ragioni, mi pare.

Il ragazzino annuì senza essere sicuro di aver capito. Poi la osservò andarsene e trainare il carrello. Un attimo prima che sparisse dalla sua vista, gridò.

Se vuole morire, è nel posto sbagliato. Qui è tutto vivo, anche la nebbia!

Grassia si fermò solo un momento, senza voltarsi. Poi riprese a camminare.

Il ragazzino la seguì di nascosto, finché Grassia non si fermò, esausta, in una radura. La guardò spezzare una pagnotta, farne minuscoli bocconi, bere dalla bottiglia con difficoltà, e attendere. Quando scese la notte, pensò di non doverla disturbare e tornò all’ovile. Cenò con il padre, gli raccontò della donna, e l’uomo gli intimò di non andarla a cercare. All’alba si levò la nebbia. Profumava in modi che il ragazzo non conosceva. Allora ebbe paura. Corse, e trovò il carrello in piedi, coperto di rugiada, avvolto di nebbia, illuminato di luce grigia. Un raggio di sole si era depositato sul pane spezzato, lasciato per terra.

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